Papà portava l’azienda a casa
Papà portava l’azienda a casa

Papà portava l’azienda a casa

Il mondo del copywriting è multiforme e cangiante. Oggi ci sono milioni di anime che scrivono, e sono tutte molto diverse tra loro.

Per questa ragione, oggi ho pensato di spiegare ai liberi professionisti e alle aziende, come e perché sono diventata una copywriter. Forse è tempo di raccontare una storia: questa volta la mia.

Aziende? Sono di casa

Nel mio lavoro di copy, l’amore per la scrittura è arrivato dopo. Dopo cosa? Dopo le aziende stesse. La prima è stata quella di famiglia: una ditta di lattoneria, geolocalizzata a 20 secondi da casa. Di fronte.

Ne ho viste tante di aziende, affini e no al mondo della lattoneria. Per intenderci, in questo caso parliamo di tutte quelle imprese che, ancora oggi, costruiscono componenti per aerei, treni, bus. Ma il campo è ampio e comprende anche le perimetrazioni decorative e, e, e.

Oltre a questo svezzamento aziendale, dopo i 18 anni sono arrivate invece le aziende di moda, conosciute autonomamente nella mia strada di stilista. Anni, quelli, passati a fare tirelle colori, compilare schede tecniche con tempi e metodi, progettare tendenze moda, preparare campionari.

Ho ancora in testa il suono della macchina da cucire a tre aghi. E ricordo la coltre di vapore davanti alla pressa da stiro industriale. Da allora, tutto ciò che si annovera sotto la voce “macchinario industriale” fa risplendere i miei occhi.

Nata con l’azienda in fronte

C’è una cosa importante, che mi rende vicina alle aziende quando scrivo per loro. Davanti a un’azienda, ci sono nata. Se per tanti anni ho dato per scontato questo aspetto, ecco, oggi ho compreso che, scontato non è.

Per natura, ad esempio, tendo a chiedere ai miei clienti com’è gestito internamente il flusso di lavoro, come sono organizzate le postazioni e chi si occupa di cosa. Vado avanti.

Mio padre ha sempre avuto quello che oggi molti definiscono “un brutto vizio”: l’azienda, se la portava a casa. Le foto di questo articolo lo testimoniamo: mamma, papà e tutti gli operai cenano parlando di progetti, saldatura e cose di lavoro.

Ho ancora vivido il ricordo del nostro piccolo parcheggio aziendale: d’estate si trasformava in una “balera“. E arrivavano anche le mogli, degli operai. Giuro, accadeva davvero. Mi ci intrufolavo, in ditta, già a 4 anni. Mi divertivo a costruire strani telecomandi fatti di avanzi di lamiera (ok, non erano proprio dei “giochi sicuri”).

Mio padre ha finito col fare il lattoniere per 60 anni – non è uno scherzo – e l’odore della nostra azienda mi è rimasto addosso come un vestito. Di più: quando vivi l’azienda da così vicino, non puoi separarti da quel modus vivendi, dove tutto è costruito per funzionare.

Dall’azienda, alla fabbrica di parole

Oggi potrei dire che, anche io, ho costruito la mia piccola officina. Vivo in una fabbrica di parole, un laboratorio dove saldo tra loro le frasi, e le rendo una struttura solida – il testo – al servizio delle imprese. Ma torniamo alla storia.

Se da piccola mi divertivo a costruire microfoni, per imitare le performance di Donatella Rettore, tra i 10 e i 17 anni, dopo la scuola, trascorrevo intere giornate in compagnia del suono della piegatrice e con uno scintillare di mille saldature.

Insomma, il fatto di uscire di casa, attraversare il cortile ed essere in azienda in meno di un minuto, ha influenzato per sempre il mio sguardo sul lavoro.

Cosa significa davvero vivere l’azienda, e cosa ti resta addosso

Quando parlo con le aziende, per capire le loro esigenze in termini di comunicazione, so cosa significhi non saper staccare mai con la testa.

Conosco quella sensazione di avere problemi che sembrano senza soluzione, e che sono difficili anche solo da spiegare.

So anche che, seduti al tavolo della propria cucina, o al ristorante, molti imprenditori disegnano, progettano, continuano a pensare al proprio prodotto. E poi “idea!”, eccoli che devono subito fare una chiamata.

So che vivere l’azienda significa sentire dei “perfetti estranei” come persone di famiglia. A volte diventano il tuo braccio destro, in altri casi, veri e propri confidenti.

Ancora, oggi ho tracce di ricordi profondamente speciali: una piccola me, a 11 anni, intenta a seguire i ragionamenti di un papà, gigante in molti sensi (per creatività, forza, capacità di progettazione). Questi aspetti mi ricordano di cercare reperti simili, anche nelle storie dei miei clienti.

Ecco, direi che, se cresci con un’azienda davanti agli occhi, ne acquisici per osmosi il modo di pensare: accelerato ma concentrato, calcolato, concreto quanto pionieristico.

I progetti attorno al tavolo, dopo cena

Ogni sera, quando a casa finivamo di cenare, papà prendeva una matita ottagonale da carpentiere, a cui faceva la punta con la piccola roncola a serramanico che teneva sempre in tasca (ok, erano decisamente altri tempi).

In quelle sere lui iniziava a disegnare con le mani ancora nere, di quel nero che mai si leva di dosso, se sei lattoniere da che avevi 8 anni.

“Adesso devi indovinare cos’è”, mi diceva, intento a costruire piccole architetture, tracciando segni rapidi e precisi. A volte si trattava di un componente per treni, altre volte spuntava fuori una cucina industriale, o la sagoma di una veranda.

Disegnava di tutto. E mentre disegnava mi chiedeva “funziona? Cosa manca? La faresti così?”. Se di sera non si progettava, si facevano i conti. Non le mie tabelline, ma il bilancio dell’azienda. Ecco che cos’ho sottopelle, quando scrivo.

Un attimo: quanto è difficile scegliere un copywriter per la tua azienda?

Se per la tua attività hai bisogno di fare branding, storytelling, comunicazione, non è semplice orientarsi, e intendere quale sia – fra tanti e tante copy – la persona adatta alle tue necessità. Detto fuori dai denti: chi scrive per la tua azienda ha una grande responsabilità.

Partiamo da un punto noto: tutti i copy amano le parole e la narrazione. Su questo non ci piove. Non è detto che abbiano dimestichezza con ciò che fa la tua azienda.

Da una parte è normale che sia così, nessuno conosce tutti i lavori del mondo. A mio avviso, però, una buona copy dovrebbe sempre entrare nell’azienda per cui scrive, e passarci del tempo.

Lo propongo spesso: chiedo di poter trascorrere del tempo tra gli spazi lavorativi, prima di scrivere, per carpire ogni aspetto di quella realtà imprenditoriale. E sì, di certo ci metto un’amore che possiede solo chi – dell’atmosfera aziendale – non può proprio farne a meno.

Credo sia proprio questa, la sostanza del mio copywriting: un legame di sangue con le aziende.

Sentiamoci