IL MITO DEL RUOLO

IL MITO DEL RUOLO

Non ho bisogno di un ruolo per essere me. Ma ho bisogno di darmi un posto nel mio fare. Sono due cose “vicine”, fra loro, ma non sono la stessa cosa. Capirlo ci libera da molti vincoli espressivi.

Non ho bisogno di aspettare domani per lottare per i diritti in cui credo, per essere creativa. Non ho bisogno di essere perfettamente nel ruolo giusto e nel momento giusto, per dire la mia cosa. Posso invece iniziare, ora. Nell’ora si concretizza la verità del talento. Dal mio fare, poi, si spiega e si dispiega chi sono.

 

Molto spesso incanaliamo la nostra creatività in un ruolo, perchè ci appartiene. Ed è un’ottima cosa, ma ad un certo punto ci sentiamo costretti in un’unica via o in un’unica modalità di interazione con il mondo, fra espressione di sè e incontro con l’altro.

Il talento deve fare una cosa alla volta? Oppure possiamo fare mille cose contemporaneamente senza perderci? Sono buone domande, ma potrebbero essere limitanti, perchè nascono nella sfera mentale. Andiamo a conoscere il tuo talento. Parliamo di energia.

 

COSA

All’inizio del viaggio, sto con l’infinito delle possibilità e mi chiedo “cosa mi piace fare?”. Questa domanda va dalla testa, al cuore, all’emozione. Ti trafigge. E così dovrebbero essere le domande: penetranti. Chiaramente ci saranno molte risposte, ma ciò che conta è attivare l’energia che nutre i tuoi gesti. Non ci sono i “perchè”, qui. Quali perchè ci dovrebbero essere, ad esempio, alla base della creatività? Nessuno. C’è solo il dogma del tuo personale piacere, quello di creare cose o mondi, visioni o contesti, prodotti o stili.

 

Al massimo, esplorando nella famiglia, potremo arrivare a comprendere, vedere parte del fiume di talenti, che oggi portano a noi determinate peculiarità espressive. Ma non è detto questo valga per tutti. Se riusciamo ad intercettare cosa ci piace potremo collocare questo “cosa” in molti ruoli. Non è la mente che stabilisce chi sono, ma la mia energia. Nel particolare: la mia energia in azione. Veniamo al “come”. Come la uso, questa energia? Dove la porto?

 

COME

“Come mi piace stare al mondo?” Preferisco la solitudine, sono un tipo espansivo, una persona estroversa. Adoro girare. “Come agisco la mia energia?” Scrivo, disegno, faccio calcoli, leggo notizie e mi informo, ammiro il bello. “Come” significa: indago le interfacce che mi fanno stare a casa, mentre faccio la mia cosa. Attenzione. “Saranno molte, saranno poche, queste cose? Oddio e adesso? Se amo fare troppe cose cosa faccio? E se poi mi perdo?”. Qui inizia la vera sfida del talento, che ti porta alla dimensione del viaggio di Vita. Parlo di una vera sfida formativa, no di qualcosa che si fa in tre step. Dura fino alla fine dei tuoi giorni, il percorso che ti porta ad esplorare il cangiante mondo del talento.

 

Arrivata, arrivato a questo punto, se vuoi dedurre da te, come forma vivente, il tuo ruolo, hai da darti il tempo, per sondare l’espressione del tuo talento. Non importa da dove ma parti. Parti male, “parti brutta, brutto”. Ma quando sei nel fiume, il fiume e la vita si srotolano. E il punto non è più “Oddio io nella mia testa chi sono?”. Il punto sarà “Oddio, sono in cammino e la vita mi da esperienze per conoscermi sempre meglio, attraverso le coordinate che amo”. A questo punto credo possa essere di aiuto un esempio.

 

CAOS, FRAGILITÀ, ASCOLTO DELLA VITA

Ho iniziato ad esplorarmi con l’arte a 18 anni. Contemporaneamente scrivevo, componevo poesie in maniera continuativa, ogni giorno, per placare un’ardua vita personale. Se osservo il punto del cammino in cui mi trovo oggi, posso dire che ho continuato per anni a fare la stessa cosa, affinando sempre più il come, il cosa. Amo la creatività e la scrittura. Credo nella tutela delle vulnerabilità sociali. Perchè ne nascono panorami di crescita. Prima scrivevo su un diario, ora scrivo libri e cerco dimensioni nuove, per esplorare la relazione con le nostre ferite collettive.

 

L’arte, l’amore per il caos e le fragilità dell’esistere mi hanno portata a tante esperienze che, fra loro hanno davvero poco in comune, in apparenza. Ma a livello energetico sono tutte nate e nascono tutte dalla stessa matrice. Mi occupo di terremoto e fratture sociali, faccio cartoline per dare un posto al caos e ascolto, oriento le persone fra le proprie, di vulnerabilità. Creo, scrivo e dipano l’oblio, mio e degli altri, in tanti modi. Ma faccio sempre la stessa cosa. Chiaramente per osservare le ferite altrui mi sono dovuta formare parecchio. E non è mai finita. Ma la via della creatività sposta la mia ricerca su chiavi più connesse alla naturale processualità dell’esistere. Questo mi ha permesso di scoprire il potere trasformativo dell’arte.

 

UN ESEMPIO

Ma torniamo a te e a quello che oggi sto provando a comunicarti. Se avessi scelto dalla testa, se avessi dovuto “darmi un ruolo”, avrei dovuto scegliere tra il Counselor, l’artista, la designer o chissà che altro. Da una parte abbiamo bisogno di ruoli, per entrare in relazione, per renderci riconoscibili a terzi. Il mio ruolo è quello del Counselor, ma. Ma non ho reciso i rami della creatività, che spontaneamente nascono, quando ci si ascolta dall’infinito.

In realtà non esiste una via, per il talento e a ben vedere non esiste nemmeno il “multipotenziale”. Sono idee, adesivi che ci diamo per non cadere nell’oblio di noi. Perchè stare ogni giorno a creare se stessi, nel fiume autentico dell’esistere è più complesso dell’andare da A a B. Soprattutto ci richiede costante formazione e ridiscussione di noi.

 

Ma se stai con la tua energia, con ciò che ti piace fare e con il come lo vuoi fare, si dipana un filo, un filo vivo, fatto di comprensione, che ti parla della Vita e ad essa ti conduce. Te lo da (anche) la vita, un ruolo. Ti conduce entro scenari impossibili, possibili, opportuni, incongruenti. A te, sta odorare la matrice del tuo talento, quell’insieme di cose irrinunciabili, che sono tali solo e soltanto per te. Sono loro, ad essere il tuo “ruolo”, il corpus organico del talento. E piano piano abiterai questi ingredienti, sempre entro nuove forme o dimensioni espressive.

© Giulia Scandolara

 

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